In memoria di un villaggio Rom nel cuore di Milano


Fabrizio Casavola

 

Con In memoria di un villaggio Rom nel cuore di Milano intendiamo assolvere a due “compiti”: dare conto di una delle tessere che compongono il primo volume de “I Quaderni di Passeggiate d’Autore”, intitolato Talkin’ Milano, e ricordare Fabrizio Casavola, persona straordinaria prima ancora che grande “combattente”, combattente per una causa, quella dei Rom, tra le più dure ed irte di difficoltà. Con Fabrizio Casavola Passeggiate d’Autore entrò nel villaggio di via Idro, dove la comunità Rom Harvati di Milano ha vissuto fino allo scorso anno, per poi essere “rimossa” per volontà del Comune. Abbiamo ritenuto doveroso riportare il testo da lui scritto in quella occasione, anche se lui non c’è più, come non c’è più quel villaggio fatto di casette e giardini, stalle per i cavalli, viali, edicole votive della Madonna e persone. Soprattutto persone.

 

Villaggio Rom di via IdroConoscete i milanesi? Sono carne in scatola: abitano, lavorano e dormono in scatola. Poi, sempre con una scatola, si spostano periodicamente a respirare l’aria e le atmosfere di luoghi lontani ed esotici, di cui sentono una grande nostalgia, anche se non ci hanno mai vissuto. Ma i milanesi (con loro intendo anche i bergamaschi, i napoletani, i siciliani ecc. che col tempo si sono trasferiti a Milano), se da un lato amano la vacanza in Kenya, in Perù, o anche un campo di volontariato in Medio Oriente o a Cuba – dall’altro hanno una paura folle di vedere la loro città abitata anche da Africani, Sudamericani, Arabi, ecc. Così, l’anno scorso abbiamo fatto una scommessa con i nostri schizofrenici concittadini: una visita turistica (accompagnatore compreso) di una mezza giornata, proprio dove vivono i più stranieri fra tutti: un campo rom. Bisogna dire che i Rom hanno collaborato volentieri, mostrandosi ospitali, aperti, e con la stessa curiosità dei loro visitatori di scoprire l’altro così da vicino. E da concludere la mattinata con un pranzo comune. Come descrivere un campo rom? Ce ne sono di ogni tipo, non solo quelle specie di discariche abusive che si vedono abitualmente su giornali e televisione.

 
Villaggio Rom di via Idro
 

Il campo che abbiamo scelto corrispondeva all’indole dei suoi abitanti: pulito, ben curato, con spazi comuni condivisi anche dagli altri abitanti del quartiere, un maneggio che ha sollevato l’interesse di tutti, cani, gatti, galline e… come sempre nugoli di bambini che si sono improvvisati guide turistiche. Un campo, va detto, che presenta anche i suoi problemi: difficile convivenza tra persone che condividono le medesime scarse risorse, l’incuria in alcuni settori, le opere pubbliche che andrebbero ristrutturate… storie comuni a tanti altri quartieri di periferia. I problemi dei campi rom, dei ghetti urbani in generale, sono comunque gravi, e questo era presente tanto nella testa degli abitanti che in quella dei visitatori. Ma un passo necessario, soprattutto per le generazioni più giovani di tutti e due i gruppi, è quello di iniziare a conoscersi e smontare tanto i ghetti fisici che quelli mentali.

 

Così a fine visita, quando si era seduti a tavola, l’accompagnatore era subissato di domande da parte dei visitatori, e ha potuto rispondere in questo modo: «Siete venuti qui, siete stati trattati bene, avete condiviso la loro compagnia e vi siete seduti a mangiare il loro cibo. Fate un altro passo e mostratevi persone a modo: parlate con loro. Io da adesso in avanti farò silenzio.» Intanto, attorno al campo resiste da decenni un parco, incompiuto e sempre a rischio di speculazione. Anche i Rom che abitano nel campo sono a rischio di sgombero, e dopo che vi risiedono da vent’anni non hanno ancora idea di dove, quando, come e perché dovranno andare. È il medesimo discorso che facevo all’inizio: la schizofrenia di una città che cerca lontano da sé quello che potrebbe avere sotto casa.

 
Villaggio Rom di via Idro
 

Cos’altro dire? Da questa esperienza è nato anche una piccolo volumetto: “Luoghi comuni, Guida turistica ai segreti, le bellezze e i monumenti del campo rom comunale di via Idro”, un po’ per il divertimento di giocare con molti stereotipi, un po’ perché con la vendita si potessero finanziare le attività di animazione proposte dalla comunità rom locale.

Fabrizio Casavola

 


 

Il tempo dei gitani

Scena finale. Interno di una chiesa. Merdzan compare all’ingresso con gli abiti completamente fradici, fuori c’è una pioggia battente, e vede un crocifisso rovesciato a testa in giù. Comincia a parlargli e a mandargli baci.

MERDZAN – Oh, Dio! So cosa stai pensando. Perdonami se non sono venuto prima ad aiutarti.

Merdzan continua il suo discorso col crocifisso e si avvicina con la testa fissando il volto di Cristo rovesciato.

MERDZAN – Forse dovrei lasciarti così, per vedere se prima tu aiuti me.
Sono sempre stato buono con te.
Ma tu mi hai fregato comunque.
Se tu non aiuti me, io non aiuto te.
Ora ti rimetto a posto, ma tu devi essere buono con me.

Merdzan bacia il crocifisso e lo rimette nella sua posizione originaria, continuando il suo discorso mentre singhiozzando si asciuga le lacrime

MERDZAN – E proteggi Perhan.
Lascia che sia al tuo fianco.
Non ha padre né madre.
Ecco perché si è inginocchiato a te.
Non sapeva come amarti.
Lo hai lasciato solo, in mezzo ai lupi.
Dagli il posto migliore che hai.
So di non essere stato un brav’uomo, ma ti prometto che farò del mio meglio.
Cristo, bacio il tuo volto.
Vedi questi dadi?
Fa’ che cadano nel modo giusto.
Sono uno zingaro, come vedi.
Solo una volta, falli cadere come voglio io… esaudisci i miei desideri.
Non mi chiamo più Merdzan se non esaudisco i tuoi.
Dio, ti prego, sono solo due dadi.

Merdzan conclude la sua conversazione con Cristo e mostra due dadi nel palmo della mano e fa la sua richiesta alzando le spalle. Il crocifisso cade e si rovescia di nuovo.

Scena censurata nella versione italiana del film Дом за вешање (Dom za Vešanje – Il tempo dei gitani), ambientato tra Sarajevo e Milano, Jugoslavia, 1988

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